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Scegliere il veicolo giusto per arrivare alla pensione può fare la differenza. Se si costruisce il proprio vitalizio di scorta alimentando un piano non efficiente si rischia di vanificare gli accantonamenti. Mentre dei risultati finanziari non possiamo conoscere l’entità, visto che essi dipendono in buona misura dall’andamento dei mercati, oltre che dalla capacità gestoria, ex ante disponiamo di strumenti per capire quanto, di sicuro, pesano i costi annuali da pagare per il piano pensionistico. Le differenze tra uno strumento e l’altro non sono poche e incidono pesantemente sul risultato, come del resto ha più volte ribadito anche la Covip, l’authority del settore previdenziale.
Come emerge dalla simulazione realizzata da Consultique, la manager ingegnere, per colmare il gap previdenziale di 870 euro mensili tra il suo ultimo stipendio netto e la pensione, potrebbe alimentare un piano di previdenza complementare “azionario” con una rata mensile di 308 euro, che sale a 391 euro se utilizza un piano “obbligazionario”. Queste cifre, che le consentono nella simulazione di ottenere una rendita in linea con la scopertura, sono state ricavate ipotizzando un indicatore sintetico di costo (che comprende tutti gli oneri a carico del lavoratore) dell’1,1% per il piano azionario (ipotesi di rendimento del 4% annuo) e dello 0,8% per l’obbligazionario (rendimento del 2% annuo).



Il 70% della resa eroso dai costi
Tuttavia, scegliere tra gli strumenti a disposizione quello più efficiente (almeno dal punto di vista dei costi) fa la differenza. Se la lavoratrice infatti opterà per il comparto crescita di Cometa, il fondo negoziale della sua categoria, si troverà, nell’ipotesi di Consultique, con un montante di 376mila euro (questo non tenendo conto neppure del vantaggio del contributo datoriale non inserito nella simulazione), contro i 261mila della media costi dei fondi aperti azionari e contro i 221mila che potrebbe ottenere se (a parità di rendimento e di versamento) scegliesse di alimentare il piano con l’Isc pari alla media costi delle linee azionarie dei Pip (piani individuali pensionistici di tipo assicurativo).
Una differenza tra la prima e terza alternativa di ben 155mila euro che se ne vanno in spese e oneri incassati dalle compagnie. «Nel caso in questione, fatto 100 gli utili ottenuti negli anni, ben 71 vengono dissolti dai costi trattenuti a vario titolo», spiega Giuseppe Romano, analista di Consultique Scf che ha curato l’elaborazione concentrata esclusivamente sulla variabile costi.
Le soluzioni meno onerose sono quelle negoziali (che tra l’altro permettono di poter beneficiare del contributo datoriale). Tuttavia, esse sono accessibili solo ai lavoratori del comparto e talvolta ai loro familiari.
Analizzando dunque gli altri strumenti di previdenza complementare dedicati a tutti, i più “economici” sono i fondi pensione aperti ma anche qui non mancano le differenze. Alimentando il fondo aperto azionario meno caro secondo i dati Covip (ossia quello di Allianz, che ha un Isc dello 0,75%), il nostro ingegnere ottiene, nell’ipotesi, un montante pari a 321mila euro (con un tasso interno di rendimento del 3,23%), mentre se sceglie il più caro della categoria azionari (quello di Zurich con un Isc del 2,31%) deve accontentarsi di ben 100mila euro di montante in meno (tasso interno di rendimento dell’1,65%). Mentre tra i Pip, il meno caro delle linee azionarie (stando sempre ai dati sul sito di Covip) risulta quello di Genertellife, con un Isc dell’1,04%, che permetterebbe alla futura pensionata di ottenere un montante pari a circa 298mila euro contro i 172 mila euro circa della linea azionaria di Bcc Vita. Quest’ultima, con l’Isc a 35 anni del 3,44%, è la più cara in assoluto con oneri che, nell’ipotesi, pesano sul risultato per il 92%.

La gara per l’autonomo
Risultati simili sono stati ottenuti anche elaborando una soluzione per colmare il gap del lavoratore autonomo per il quale, in assenza di fondo di categoria, si è utilizzata la linea Dinamica di Solidarietà Veneto, fondo negoziale aperto agli abitanti della regione del Nordest, che ha un Isc dello 0,24%. Con quest’ultima soluzione, i 68mila euro versati per 30 anni (in rate mensili da 143 euro) diventano 154mila euro di montante (oltre il doppio della linea più cara dei Pip). Insomma, le stime parlano chiaro, nonostante nella simulazione si sia utilizzato un rendimento abbastanza ottimistico uguale per tutti e pari al 4% (con inflazione zero), il peso degli oneri farà la differenza nel successo della costruzione del secondo pilastro. Con un’inflazione che potrebbe rialzare la testa e con tassi a zero si potrebbe riaprire, in particolare per i fondi meno efficienti, la gara con il Tfr che in alcuni casi (si veda tabella in pagina) sta già spiazzando le linee garantite e le obbligazionarie.

Federica Pezzatti
 

Area Pratiche